Saluto Chiasso Letteraria 2018

Cari amici di Chiasso Letteraria,
l’altro giorno stavo bevendo un caffè e di fianco a me due persone stavano discutendo delle vicissitudini del nostro FC Chiasso: sebbene io provassi a leggere il giornale, il loro tono di voce mi costringeva ad ascoltarli, tanto più quando a domanda dell’uno se un tifoso del Chiasso possa tifare anche l’FC Lugano adesso che sulla panchina luganese c’è Abascal (che per i più disattenti è stato amatissimo allenatore del Chiasso fino a poche settimane fa), l’altro ha risposto che NO, non può: è vietato, proibito, tabù. Il rischio è di essere accusati di apostasia e di essere banditi dal Riva IV.
Questo esempio banale, ma assolutamente autentico (perché provate voi a dire a un Chiassese doc che tifate l’FC Lugano…), ci fa capire quanto i tabù siano molto vicini, sebbene provengano da molto lontano: sì, perché il termine deriva dalle lingue della Polinesia e fu registrato per la prima volta dall’esploratore James Cook nel 1777, durante un viaggio a Tonga. Il termine originale tapu entrò nella lingua inglese (nelle forme taboo, tabooed) con il significato di «vietato», «proibito», come recita la Treccani, cui mi sono rifatto per tentare di rispondere alla prima domanda che mi sono posto, ossia da dove viene questo termine che evidentemente non ha origini latine né greche.
In una società umana, il tabù indica una forte proibizione (o interdizione), relativa ad una certa area di comportamenti e consuetudini, dichiarata “sacra e proibita”. Infrangere un tabù è solitamente considerata cosa ripugnante e degna di biasimo da parte della comunità.
I tabù sono afferenti a diversi ambiti: vi sono quelli religiosi, ad esempio, che prevedono divieti sacrali di avere contatto con determinate persone, di frequentare certi luoghi, di cibarsi di alcuni alimenti, di pronunciare determinate parole.
In psicanalisi, il termine indica ogni atto proibito, oggetto intoccabile, pensiero non ammissibile alla coscienza, come nel caso emblematico dell’incesto.
Particolarmente interessanti per un festival letterario sono i tabù verbali o lessicali, ossia la tendenza a evitare certe parole per motivi di decenza, di rispetto religioso o morale, di convenienza sociale: certe parti del corpo e funzioni fisiologiche sono così nominate ricorrendo a eufemismi; vincoli religiosi ci impongono di evitare la bestemmia, salvo poi ricorrere ed esclamazioni come «Cribbio!»; termini come «spazzino» hanno lasciato il posto a espressioni come «operatore ecologico» per convenzione sociale.
Facendo qualche breve ricerca, mi sono imbattuto in tabù alimentari come il cannibalismo o la dieta vegana; sessuali come l’incesto, la pedofilia, la gerontofilia, la necrofilia; comportamentali come l’eruttazione, la defecazione, la flatulenza, lo sputo, e si potrebbe continuare senza problemi. E sicuramente noi tutti abbiamo i nostri, personali tabù, che custodiamo con gelosia. Un aspetto interessante è che non sembra esistano tabù universali, sebbene ve ne siano alcuni che si ritrovano in molte società.
Diversi i tabù letterari, magari nel frattempo superati complice anche l’evoluzione della società, ma che per anni hanno pesato enormemente come il sesso, la malattia, l’omosessualità o, ancora in tempi recenti, il racconto dell’Olocausto in forma romanzata.
E alle nostre latitudini? Oltre a quello calcistico iniziale, numerosi sono i tabù che ci circondano e penso che ognuno di noi potrebbe menzionarne a dozzine nell’arco di pochi minuti: in politica si potrebbero menzionare le fusioni comunali, a parole volute da molti ma all’atto pratico… oppure i richiedenti l’asilo, che si cerca di tenere nascosti e emarginati il più possibile… oppure la parità effettiva tra uomo e donna, giuridicamente sacrosanta ma a tutti gli effetti ancora lontana…
Le convenzioni cui siamo confrontati ci impongono una serie di regole e di codici che determinano la nostra vita quotidiana e quindi anche i tabù: oppure sono i tabù che determinano le convenzioni? Onestamente non lo so, sembra un po’ il discorso dell’uovo e della gallina. Al di là di questo, ritengo importante rendersi conto di quali siano i nostri tabù per poterli analizzare e capire. Il comitato e i volontari di Chiasso Letteraria, che ci vogliono bene e ci vogliono fare crescere, ci spingono anche quest’anno attraverso gli autori da loro scelti a interrogarci sulla natura stessa dell’uomo. A loro va quindi un enorme grazie e un sentito e caloroso applauso. Ringraziamento che estendo anche a tutto il personale del Comune di Chiasso, in particolare del Centro culturale Chiasso, della Casa Anziani e dell’Ufficio tecnico, che con la consueta disponibilità e passione opera affinché tutto ciò sia possibile.
E per finire, anche a nome del Municipio, grazie a tutti voi, che con la vostra presenza e il vostro sostegno date forza a questo festival e ai suoi protagonisti.

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