Archivio mensile:Giugno 2019

Di congedo paternità e parentale

Nei giorni scorsi si è molto discusso di congedo paternità, con il Consiglio agli Stati che ha approvato un controprogetto di dieci giorni da opporre all’iniziativa popolare che ne chiede venti. Si può vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto: a me piace pensare che sia l’inizio di un cambio di mentalità che porterà i frutti desiderati.

Le reazioni e i commenti alla proposta del Consiglio agli Stati mi fanno però pensare che siamo ben lontani dal cambio di paradigma che la gestione familiare al giorno d’oggi richiederebbe. Da più parti ho sentito dire che il congedo paternità è dovuto perché il padre ha tutto il diritto di essere di sostegno alla madre. Se è vero, come credo, che la lingua ha la sua importanza, qui ritroviamo ancora la visione paternalistica e maschilista della società: noi uomini (dato che abbiamo la maggioranza nel parlamento) ci diamo 10 giorni di congedo per aiutare la mamma in un momento particolarmente delicato. Non è ciò che mi attendo.

L’uomo non deve essere di supporto o sostegno, ma deve condividere la gestione della famiglia, diventare protagonista, essere un interlocutore, assumersi responsabilità, compiti e doveri. Questa è la rivoluzione sociale che vorrei per il nostro Paese: uomini e donne sullo stesso piano, liberi di scegliere come impostare la vita, ma anche con gli strumenti utili a supportare tutte le scelte. Per questo io preferisco il congedo parentale a quello paternità e maternità: perché accomuna anche sul piano linguistico padri e madri in un unico congedo che permetta loro di gestire al meglio la nascita di un figlio. Battiamoci comunque per il congedo paternità quale tappa intermedia, perché è davvero assurdo che la Svizzera su questo tema sia posizionata fra le nazioni più restrittive (e lo sarebbe anche con le quattro settimane). Per favore però smettiamola di usare un linguaggio retrogrado: le donne non hanno bisogno di supporti, ma di partner.

Maturate e maturati: siate protagonisti della vostra vita

Sono emozionato, non lo nascondo. Non capita tutti i giorni di parlare davanti a così tante persone e soprattutto a ragazze e ragazzi della vostra età. Emozione doppia perché fra di voi c’è un ragazzo che ha festeggiato con me l’inizio del nuovo millennio: non ne era certamente cosciente, dato che era ancora nella pancia di sua mamma, ma trascorremmo il Capodanno del 2000 a Firenze.
Non so quanti di voi sappiano cosa abbia significato il passaggio all’anno 2000: magari qualcuno ne ha sentito parlare dai genitori, durante una di quelle discussioni che nascono quando rammentano i tempi che furono: quelle che iniziano con “ai miei tempi”, per intenderci; altri, forse, magari incuriositi, avranno fatto qualche ricerca.
Come tutte le date significative, il passaggio del millennio diede vita ad eccessi quali visioni apocalittiche che pronosticavano la fine del mondo; al di là di questi fenomeni marginali, il vero problema fu di ordine tecnologico e venne definito millennium bug, o baco del millennio: il fatto che diversi software utilizzassero solo due cifre decimali per memorizzare l’anno avrebbe potuto avere conseguenze imprevedibili allo scoccare del nuovo anno 00. Risolto questo, il mondo non si fermò e la vita è continuata, e per praticamente tutti voi ragazzi è addirittura iniziata.
Anche io, che pure sono genitore, vi parlerò brevemente dei miei tempi. Abbiate pazienza. Parlare di liceo mi porta indietro di 30 anni. Un periodo inizialmente doloroso: come alle medie fui vittima di angherie, che forse oggi rientrerebbero nel fenomeno definito bullismo. La bocciatura alla fine del primo anno, che si svolgeva ancora a Morbio, fu provvidenziale: con grande gioia mi separai dai compagni prevaricatori e trovai una nuova classe meravigliosa. In seguito furono 4 anni molto arricchenti, in cui ebbi modo di conoscere docenti, ma prima ancora persone, davvero eccezionali che mi cambiarono profondamente e mi aprirono la mente. Non tutti riuscirono a farmi amare le loro materie, ma molti contribuirono a farmi crescere e a darmi gli strumenti per comprendere il mondo che mi circondava.
Altrettanto determinanti in questo processo di crescita furono i compagni di classe e gli altri studenti del liceo, con cui si dava vita a discussioni profonde, a tratti accese, ad esempio su Italia e Svizzera, su “badini”, “maiaramina” e “svizzerotti”, elementi di una rivalità che trent’anni fa era ancora molto sentita. Oggi invece il cittadino di origine italiana è per lo più considerato integrato e non fa praticamente più notizia, mentre gli stranieri sono altri, provengono per lo più da oltre mare: i “problemi” però sono simili, i temi anche, e complice anche una situazione economica più difficile, la nostra società si impegna maggiormente a cercare capri espiatori cui imputare tutte le colpe di questo mondo, piuttosto che sforzarsi di comprendere i motivi per cui siamo giunti qui.
Insomma, oggi come allora, si entra al liceo poco più che bambini e adolescenti, e si esce da persone maggiorenni, più consapevoli e con responsabilità completamente diverse. Ed è a queste responsabilità che dovete prestare attenzione.
Lo sapete meglio di me come in generale vi dipingono gli adulti: perdonatemi se semplifico ed esagero al massimo, ma voi per gli adulti siete tendenzialmente nullafacenti, privi di ideali e di interessi, svogliati, smartphone dipendenti, menefreghisti, individualisti e chi più ne ha più ne metta. Come invece voi giovani definiate noi adulti dovreste dirmelo voi, ma non credo che sia il luogo adatto.
Contrariamente all’immagine stereotipata che ho appena tratteggiato, negli ultimi mesi avete invece dimostrato che siete attenti, passionali, impegnati, sognatori, determinati: in poche parole siete pronti ad assumervi le vostre responsabilità. Siete stati capaci di metterci di fronte alle nostre mancanze, evidenziando come il “problema”, se così si può definire, non siete voi, ma noi: noi adulti che non abbiamo fatto nulla, o troppo poco, per evitare a voi un presente come questo.
Un presente fatto di inquinamento, problemi ambientali, insicurezza nell’ambito del lavoro, diseguaglianza sociale sempre più marcata, solo per citare alcuni aspetti.
Ma il vostro attivismo degli ultimi mesi è il segnale più bello che avreste potuto lanciare: avete fatto capire che voi ci siete e siete pronti a fare la vostra parte. E avete messo noi adulti davanti a sconcertanti verità. Ora si deve cambiare, e dobbiamo farlo insieme, trovando il modo di dialogare e collaborare.
Cosa dovremmo fare noi adulti, siete voi a doverlo dire.
Per quanto riguarda voi, dal mio punto di vista dovete partecipare maggiormente alla vita politica del vostro paese: sì perché, parafrasando la teoria dell’effetto farfalla, ogni singola azione può avere conseguenze imponderabili anche su larga scala.
Alcuni studi statistici dimostrano che il tasso di partecipazione alle elezioni, dopo un entusiasmo iniziale per 18enni e 19enni, scende abbastanza chiaramente nella fascia successiva tra i 20 e i 25 anni, per poi risalire costantemente. Secondo uno studio dell’Ufficio cantonale di statistica, nelle recenti elezioni cantonali la classe di età con la percentuale di votanti maggiore è stata quella fra i 70 e i 79 anni.
Per quanto riguarda la presenza attiva di giovani nei legislativi ed esecutivi comunali e cantonali, non ho trovato dati significativi, ma basta dare un’occhiata ai principali consessi del nostro Cantone per capire che sono/siete ampiamente sottorappresentati.
Non sono uno specialista e non improvviserò letture pseduo-scientifiche di questo fenomeno. Vi dico però che in questo campo dovete dare di più: se volete costringere il mondo adulto a cambiare, dovete sporcarvi un po’ le mani: battervi cioè con tutte le forze per i vostri ideali, ma imparare a discutere anche di fognature, rotonde, costruzioni, lavoro ecc.: in ogni singola decisione di qualsiasi comune, sia esso grande o piccolo, ci sono elementi che possono provocare un cambiamento. E se non sarete voi a provocarlo, ne subirete semplicemente le conseguenze. Senza se e senza ma. Siate quindi protagonisti della vostra vita e continuate a stupirci.

Per il Mendrisiotto e la Sinistra unita

One”, cioè uno o una. Da questa cifra normalmente ha inizio la numerazione, ossia, per estensione, si determina tutto ciò che è misurabile. L’ho scelta perché è una straordinaria canzone d’amore, che, spero non me ne vogliano gli U2, esprime alla perfezione la sinistra, i suoi travagli, il suo modo di essere. Dice infatti: «Noi stiamo insieme, ma non siamo uguali». E ancora: “Noi siamo uno, ma non siamo gli stessi” oppure «Ci feriamo l’un l’altro, poi lo facciamo di nuovo».

Non voglio annoiarvi con la mia biografia: chi è curioso troverà nel web le risposte alla maggior parte delle sue domande, vale a dire se sono sposato (sì, lo sono), se ho figli (sì, ho due figlie), se lavoro (sì, sono direttore della Biblioteca universitaria Lugano e membro del comitato di Bibliosuisse, l’associazione nazionale dei bibliotecari), se ho qualche hobby, se faccio volontariato, se, se, se…

Mi propongo a voi e agli elettori perché il Mendrisiotto ha bisogno della Sinistra: alle recenti elezioni cantonali, nonostante la presenza e gli ottimi risultati personali di Ivo e Anna, il nostro partito ha patito in termini percentuali. Vi sono numerosi candidati momò per il Nazionale, quattro solo di Chiasso, tra cui l’amica Jessica Bottinelli per I Verdi: segno che a livello federale si discutono temi importanti per la nostra regione. E noi socialisti non possiamo permetterci di lasciare campo libero alle politiche e idee altrui.

Ciò non vuol assolutamente dire che il sottoscritto ritenga il Mendrisiotto l’ombelico del mondo: dopo aver studiato a Friburgo, ho lavorato a Winterthur, per 14 anni a Bellinzona e da 6 sono a Lugano; ho girato il Cantone quale allenatore di calcio e annualmente organizzo una colonia in Leventina. Penso quindi di essere un buon conoscitore del Ticino e dei suoi problemi. E, grazie ai differenti progetti nazionali cui partecipo per l’USI, mi ritengo anche un buon conoscitore della Svizzera e delle sue dinamiche.

Mi metto a disposizione portando l’esperienza unitaria di Chiasso, dove tutta la sinistra e I Verdi collaborano e lavorano assieme. Credo fortemente che la sinistra debba essere unita: dal mio punto di vista non esiste un “più di” o “più a” sinistra, che già di per sé, con il “più”, introduce un rapporto di forza contrario a uno degli ideali della sinistra: l’uguaglianza. E se si è uguali, non si può esse più o meno.
Ci sono ideali in cui si riconoscono tutte le donne e tutti gli uomini di sinistra: l’uguaglianza, appunto, la libertà, la solidarietà, la giustizia sociale, la parità di genere, giusto per indicarne alcuni. E poi ci sono le sensibilità individuali, queste sì differenti, che magari ci fanno fare scelte di campo diverse. Ed è qui che ci spacchiamo, che regaliamo la vittoria ai nostri avversari politici: ogni differenza di vedute è vissuta come un dramma. Personalmente sono invece convinto che tutto ciò sia molto arricchente. Dobbiamo imparare ad accettare che anche dalla nostra parte, a sinistra, ci possano essere visioni puntuali discordanti, evitando che si sfoci in processi alle streghe o agli stregoni. D’altronde la tolleranza è un altro dei nostri valori, o almeno idealmente dovrebbe esserlo.

I temi che mi stanno a cuore? Molti, ed è impossibile snocciolarli tutti in questi pochi minuti. Mi concentro quindi solo su alcuni: proveniendo dal Mendrisiotto, direi la sicurezza, un tema che abbiamo lasciato alla destra ma di cui dobbiamo riappropriarci, abbinandolo alla componente sociale; poi il lavoro, con tutte le derive del precariato e del dumping salariale e il ruolo delle ex Regie federali; l’ambiente (e non potrebbe essere altrimenti), con problemi quali il traffico, l’inquinamento, la realizzazione della terza corsia fra Lugano e Mendrisio (da bloccare in tutti i modi), la continuazione di Alptransit a sud di Lugano in tempi rapidi; la conciliabilità lavoro-famiglia; il congedo parentale; e per finire, l’educazione a tutti i livelli, la formazione professionale, la ricerca scientifica e la cultura: temi fondamentali per il futuro dei nostri giovani e del nostro Paese, per i quali a livello federale vengono poste le fondamenta, all’immagine ad esempio del prossimo messaggio sulla cultura ora in consultazione.

In conclusione, voglio ringraziare di cuore la mia famiglia (oggi purtroppo assente per altri impegni), e in particolare mia moglie, per la sua vicinanza, e le compagne e i compagni del Mendrisiotto che in queste settimane mi hanno fatto sentire il loro sostegno. A tutte e tutti voi garantisco il massimo impegno per il nostro partito e i nostri ideali.