Archivio mensile:Ottobre 2019

Per un rinnovamento economico

Sebbene l’economia stia rallentando, il mercato del lavoro tiene: è questo il dato saliente emerso in questi giorni da una nota della Segreteria di Stato dell’economia (SECO), secondo cui il tasso annuo di disoccupazione sarà del 2,3%, il valore più basso dal 2001. Tutto a posto, verrebbe da pensare. 

Le cronache quotidiane ci raccontano però di un mercato malsano, nel quale vige l’arbitrio e lo sfruttamento: donne licenziate dopo la maternità, personale interinale sfruttato, dumping salariale… La lista è lunga. È evidente che il settore necessita di maggiore regolamentazione e di un riorientamento: sicuramente fondamentali sono regole più ferree, controlli più incisivi e contratti collettivi di lavoro per gli ambiti sprovvisti; in prospettiva si deve però pensare a riorientare le attività economiche del nostro paese secondo criteri più ecologici, ossia più attenti ai rapporti fra uomo, ambiente e società.

La digitalizzazione crea molte opportunità, ma è anche fonte di rischi evidenti, come la scomparsa di alcune professioni. Questo processo va quindi accompagnato dallo Stato affinché la transizione causi il minor numero di danni possibili. Fra le possibilità concrete fornite dalla digitalizzazione vi è quella del telelavoro, che va introdotto o rafforzato, là dove possibile, regolamentandolo in termini di responsabilità, protezione dei dati, risorse a disposizione; oppure anche il lavoro a tempo parziale, allargato a qualsiasi grado gerarchico, il che permetterebbe alle donne di essere più concorrenziali per l’accesso ai posti dirigenziali e migliorerebbe la conciliabilità lavoro-famiglia in generale. 

Per un mercato del lavoro maggiormente di qualità, in grado di produrre il pluricelebrato valore aggiunto, è però necessario immaginare qualcosa di veramente innovativo, come proposto dal Piano Marshall per la transizione energetica, che prevede il progressivo abbandono del petrolio e delle fonti fossili. Attraverso questo piano di investimenti pubblici e privati, si vuole dare una nuova spinta alla nostra economia e all’industria, chiamata a convertire i propri metodi di produzione: investimenti che evidentemente creeranno nuove opportunità di lavoro per personale specializzato, da formare prevalentemente nelle nostre scuole professionali e universitarie. In questo modo si aprirebbero nuove prospettive di impiego per i giovani, i sistemi produttivi diventerebbero più sostenibili ed efficienti e la Svizzera potrebbe raggiungere il proprio obiettivo di azzerare le emissioni nette di gas a effetto serra entro il 2050.

La Confederazione ha oggi la possibilità di determinare il futuro della Svizzera: si impongono scelte coraggiose e lungimiranti, come lo furono in passato quelle che portarono alla costruzione della ferrovia del Gottardo e allo sfruttamento dell’energia idroelettrica. Scegliere di investire nei settori dell’alloggio, dell’idroelettrico e del fotovoltaico oggi significa migliorare le condizioni di vita dei nostri figli domani. Pensiamoci!

Formazione e ricerca: due eccellenze svizzere

Lavoro, previdenza, costi della salute, ambiente… sono i temi che hanno monopolizzato la campagna elettorale in vista delle prossime elezioni federali. Meno spazio è stato invece dedicato a due argomenti che ad essi sono strettamente correlati: la formazione e la ricerca. Due settori fondamentali perché determineranno non solo i percorsi di studio e il futuro delle nuove generazioni, ma anche le possibilità di riqualifica per disoccupati e persone private del loro lavoro.

Oggi come oggi la Svizzera è un Paese all’avanguardia in questi ambiti: la formazione professionale ci è invidiata da tutti, quella terziaria è di ottima qualità e la ricerca ottiene riconoscimenti nel mondo intero. Ma in questi campi la concorrenza è agguerrita e non si può dormire sugli allori. La formazione professionale è chiamata a rinnovarsi continuamente perché il mercato del lavoro, sempre più toccato dalla digitalizzazione, è in una fase di profondo cambiamento; le università devono adattare i propri percorsi alle nuove esigenze dell’economia, delle aziende, dell’industria, del commercio…; la ricerca necessita di mezzi adeguati per rimanere competitiva e per continuare a sviluppare nel nostro Paese quelle soluzioni che gli permettono di confrontarsi con il resto del mondo.

In questi contesti, gli investimenti sono di origine sia privata sia pubblica. Il settore privato deve essere invogliato a partecipare allo sviluppo del Paese attraverso incentivi e finanziamenti, mentre il pubblico deve garantire ad esempio che la ricerca degli istituti rimanga autonoma e sia all’altezza delle sfide attuali (pensiamo ad esempio al clima e alla digitalizzazione) e che le scuole universitarie siano accessibili a tutti, indipendentemente dall’estrazione sociale. Per questo motivo, sia a livello federale sia cantonale, lo Stato deve mettere a disposizione ulteriori mezzi a favore delle borse di studio e impedire che le rette subiscano aumenti superiori all’inflazione. 

Per le scuole universitarie è inoltre fondamentale che sia garantita l’associazione ai programmi di formazione e di ricerca dell’Unione europea, Erasmus e Horizon Europa, per il periodo 2021-2027. La competitività si raggiunge unicamente attraverso il confronto con l’estero: questi programmi sono dunque fondamentali per i nostri istituti, ricercatori e studenti. Dato che il principio della libera circolazione delle persone è ritenuto imprescindibile per poter far parte di questi programmi, dobbiamo fare in modo che la stessa non sia messa in discussione: certamente essa produce notevoli distorsioni, soprattutto nel nostro Cantone, ma queste vanno corrette attraverso un rafforzamento delle misure di accompagnamento, a difesa del lavoro e dei lavoratori svizzeri, e non tramite la cancellazione di un accordo che è anche fonte di notevoli benefici.

La formazione professionale superiore deve inoltre permettere alla Svizzera di colmare in maniera autonoma le carenze di manodopera presenti in alcuni settori. Essa deve quindi tenere in considerazione l’evoluzione di questi ambiti e creare percorsi di studio modulari e sostenibili in termini di costi, permettendo anche a persone già attive ed esperte di poter riorientare i propri interessi, e offrendo nuove possibilità di impiego a coloro che dopo i 50 anni rimangono senza lavoro: una realtà sempre più presente anche alle nostre latitudini che pone ai margini della società una fetta sempre più importante di popolazione.

La formazione, di base o superiore, così come la ricerca, sono il perno del nostro sistema produttivo e sono gli elementi su cui fondare il presente e il futuro del nostro Paese. Per questo dobbiamo assolutamente garantire loro il massimo sostegno, per permettere alla Svizzera di rimanere all’avanguardia e di competere a livello internazionale.

Congedo paternità: vittoria, sconfitta o pareggio?

Dieci giorni di congedo paternità da godere nei primi sei mesi di vita del figlio: è questo in estrema sintesi il risultato ottenuto con il lancio dell’iniziativa popolare federale “Per un congedo paternità ragionevole”. Indubbiamente un ottimo risultato, se pensiamo da dove siamo partiti (zero giorni), ma insufficiente se si considera l’obiettivo dell’iniziativa (venti giorni): insomma anche in questo caso si ripresenta il dilemma del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. 

Personalmente non riesco a gioire appieno di quanto raggiunto. Certo è molto, è innegabile, ma sono dispiaciuto che il comitato promotore si sia accontentato del compromesso parlamentare e abbia deciso di ritirare l’iniziativa, rinunciando di conseguenza a chiamare i cittadini alle urne. Meglio un uovo oggi che una gallina domani? Forse sì. Ma se la gallina fosse stata fertile? Coi se e coi ma non si va da nessuna parte, si obietterà. Pienamente d’accordo. Ma talvolta occorre anche rischiare

Il congedo paternità, e quello parentale ancora di più, sono però fondamentali per garantire una vera parità fra uomo e donna, non solo per permettere al padre di svolgere al meglio il proprio ruolo. In questi giorni si dibatte molto della pressione del mondo del lavoro sulle donne che riprendono le proprie attività dopo il congedo maternità: limitare il congedo paternità ai primi sei mesi di vita del bambino significa lasciare tutta la pressione proprio sulle donne. Normalmente i bambini sani iniziano ad ammalarsi dal sesto mese, oppure quando entrano all’asilo nido. Chi se ne dovrà occupare se il padre non avrà modo di farlo? Su chi ricadrà il giudizio della società per non prendersi cura in maniera adeguata del figlio? Sempre e solo, o quantomeno principalmente, sulla madre. Perché non prolungare almeno di altri sei mesi la possibilità di usufruire dei giorni di congedo? Una soluzione di questo tipo avrebbe garantito una maggiore equità di trattamento fra uomo e donna e, in ultima analisi, dato più sicurezze alla donna sul posto di lavoro. E reso questo compromesso un po’ più digeribile.

La mia non è una delusione aprioristica, ma circostanziata e basata anche sull’esperienza personale di padre che ha avuto la fortuna e la possibilità di ridurre la propria percentuale di lavoro per accudire le figlie, nella consapevolezza che ciò nonostante il grosso peso delle responsabilità sia pur sempre stato sopportato dalla madre. Per questo avrei preferito una votazione. Per questo si riparte più motivati di prima per l’ottenimento di un vero e proprio congedo parentale, che garantisca a padri e madri pari diritti e doveri, e ai bambini maggiore serenità.