Archivio mensile:Gennaio 2019

I venti dell’odio

“Non bisogna uscire da Auschwitz rattristati, ma inquieti rispetto a noi e al mondo contemporaneo”. Con queste parole Piotr Cywinski, Direttore del museo di Auschwitz-Birkenau, ha chiuso il suo intervento in occasione della presentazione degli Atti del Progetto Lugano città aperta.

Ciò che Cywinski ha più volte sottolineato è il legame che corre fra quanto successo allora e quanto accade oggi. Non un discorso retorico, ma un interrogativo che si pone all’uomo e alle sue coscienze. L’Olocausto fu reso possibile da persone che agivano nei campi di concentramento come se nulla fosse, considerando le loro attività alla stregua di un lavoro “normale”. Ciò che deve interessare maggiormente non sono quindi paradossalmente le vittime, per le quali tutti i visitatori del museo provano compassione, ma i silenzi delle persone che contribuirono a quella pagina di storia.

Per esprimere meglio questo concetto, Cywinski ha ripreso una domanda postagli da un visitatore al termine della visita nel suo museo. Dopo aver allargato il discorso al genocidio dei Rohingya, il visitatore chiese: “Ma perché negli anni ’40 nessuno si oppose allo sterminio degli Ebrei?” Di fronte all’abominio commesso ai giorni nostri in Myanmar, la questione fu rivolta al passato e non al presente. Nessun interrogativo sulla mancata reazione della comunità internazionale a quel genocidio. Ma cosa facciamo noi oggi, adesso, per evitare che queste efferatezze si ripetano?

Cywinski non ha dato risposte, ma ha parlato alle coscienze dei presenti, fra cui diversi allievi delle scuole medie di Chiasso, che recentemente hanno vinto il premio della Fondazione Spitzer.

Personalmente sono uscito dall’incontro molto provato e con molte domande. È fin troppo semplice, ma non semplicistico, fare dei paralleli con la realtà odierna, in cui venti di odio e paure sono utilizzati per giustificare decisioni e politiche assurde e disumane, alimentando una vera e propria guerra fra poveri, secondo la logica del “tu sei sfortunato, l’altro lo è di più e non può essere accolto”.

Dobbiamo tutti aprire gli occhi e ribellarci all’accettazione di quest’idea: non perché dobbiamo essere buoni o addirittura buonisti, come vengono definiti coloro che nutrono una profonda sensibilità verso questo tema, ma perché siamo uomini che si confrontano con altri uomini, e la nostra sofferenza è diversa dalla loro solo per le contingenze, ma nella sostanza ci accomuna: perché ciò che cercano loro, lo cerchiamo giustamente anche noi; perché da questa guerra assurda usciamo tutti perdenti: loro vittime di decisioni assurde, noi vittime ma anche artefici di queste decisioni.

L’aggregazione del basso Mendrisiotto

Tagli, misure di risparmio, ottimizzazione delle risorse, riduzione o cancellazione degli investimenti, limitata intraprendenza da parte degli esecutivi: chi più chi meno, i comuni del basso Mendrisiotto sono confrontati con i medesimi problemi e ognuno cerca di barcamenarsi come meglio riesce, salvo qualche rara lodevole eccezione, che deve le proprie fortune a fattori essenzialmente esogeni. Ciò che li accomuna, tutti, è lo scarso peso specifico a livello istituzionale e politico. Basti vedere l’esito delle proteste sulle chiusure degli uffici postali nei singoli comuni, sulla continuazione di Alptransit a sud di Lugano, sull’insediamento del museo del territorio a Balerna, o ancora sul ruolo della stazione di Chiasso e sullo scadimento dei collegamenti ferroviari tra la regione e il resto della Svizzera o l’Italia, giusto per citarne alcuni.

Quando la situazione si fa difficile, si ricorre a convenzioni, consorzi o enti, che anche quando vanno in porto non risolvono tutti i mali, costano al cittadino perché creano ulteriori organi di governo remunerati e sottraggono il controllo ultimo ai legislativi. Quando non si trova un accordo, i singoli comuni si trovano da soli ad affrontare le difficoltà perché i vicini non ritengono di dover contribuire alla soluzione del problema, come è successo recentemente con il rifiuto di qualche comune di rinnovare le convenzioni con Chiasso per la piscina coperta perché la si ritiene poco frequentata dai propri cittadini.

È proprio questo egocentrismo, questa incapacità o mancanza di volontà di guardare oltre i propri confini comunali, questa miopia politica che sta rovinando il nostro territorio, che avrebbe tutte le potenzialità per rilanciare la propria immagine se solo decidesse di unirsi e investire nei settori che lo valorizzano: le bellezze naturali (in primis la Valle di Muggio), la cultura, l’enogastronomia, il tempo libero. Un comune solo, che pianifichi il territorio e le infrastrutture per il bene della popolazione, e non per meri calcoli politici o finanziari; che affronti con forza le difficoltà; che sia un interlocutore risoluto e di peso con i decisori; che sappia imporre la propria visione; che, al di là del pensiero delle forze politiche comunali, rispecchi la realtà odierna, che risulta essere già oggi a tutti gli effetti quella di un comune unico. Si obietterà che in passato Chiasso è stata arrogante e non ha curato i rapporti di buon vicinato, procedendo in maniera autonoma su più fronti: potrebbe essere un’osservazione corretta, ma sta di fatto che Chiasso si è dotata di strutture di cui ha beneficiato tutta la regione e da cui quest’ultima non può prescindere. E in ogni caso, è più utile trascorrere il presente preparando il futuro, piuttosto che recriminando sul passato. Per questo l’aggregazione dei comuni del basso Mendrisiotto quale prima tappa di un discorso più ampio deve diventare l’obiettivo comune non di domani, ma di oggi.