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Per un rinnovamento economico

Sebbene l’economia stia rallentando, il mercato del lavoro tiene: è questo il dato saliente emerso in questi giorni da una nota della Segreteria di Stato dell’economia (SECO), secondo cui il tasso annuo di disoccupazione sarà del 2,3%, il valore più basso dal 2001. Tutto a posto, verrebbe da pensare. 

Le cronache quotidiane ci raccontano però di un mercato malsano, nel quale vige l’arbitrio e lo sfruttamento: donne licenziate dopo la maternità, personale interinale sfruttato, dumping salariale… La lista è lunga. È evidente che il settore necessita di maggiore regolamentazione e di un riorientamento: sicuramente fondamentali sono regole più ferree, controlli più incisivi e contratti collettivi di lavoro per gli ambiti sprovvisti; in prospettiva si deve però pensare a riorientare le attività economiche del nostro paese secondo criteri più ecologici, ossia più attenti ai rapporti fra uomo, ambiente e società.

La digitalizzazione crea molte opportunità, ma è anche fonte di rischi evidenti, come la scomparsa di alcune professioni. Questo processo va quindi accompagnato dallo Stato affinché la transizione causi il minor numero di danni possibili. Fra le possibilità concrete fornite dalla digitalizzazione vi è quella del telelavoro, che va introdotto o rafforzato, là dove possibile, regolamentandolo in termini di responsabilità, protezione dei dati, risorse a disposizione; oppure anche il lavoro a tempo parziale, allargato a qualsiasi grado gerarchico, il che permetterebbe alle donne di essere più concorrenziali per l’accesso ai posti dirigenziali e migliorerebbe la conciliabilità lavoro-famiglia in generale. 

Per un mercato del lavoro maggiormente di qualità, in grado di produrre il pluricelebrato valore aggiunto, è però necessario immaginare qualcosa di veramente innovativo, come proposto dal Piano Marshall per la transizione energetica, che prevede il progressivo abbandono del petrolio e delle fonti fossili. Attraverso questo piano di investimenti pubblici e privati, si vuole dare una nuova spinta alla nostra economia e all’industria, chiamata a convertire i propri metodi di produzione: investimenti che evidentemente creeranno nuove opportunità di lavoro per personale specializzato, da formare prevalentemente nelle nostre scuole professionali e universitarie. In questo modo si aprirebbero nuove prospettive di impiego per i giovani, i sistemi produttivi diventerebbero più sostenibili ed efficienti e la Svizzera potrebbe raggiungere il proprio obiettivo di azzerare le emissioni nette di gas a effetto serra entro il 2050.

La Confederazione ha oggi la possibilità di determinare il futuro della Svizzera: si impongono scelte coraggiose e lungimiranti, come lo furono in passato quelle che portarono alla costruzione della ferrovia del Gottardo e allo sfruttamento dell’energia idroelettrica. Scegliere di investire nei settori dell’alloggio, dell’idroelettrico e del fotovoltaico oggi significa migliorare le condizioni di vita dei nostri figli domani. Pensiamoci!

Formazione e ricerca: due eccellenze svizzere

Lavoro, previdenza, costi della salute, ambiente… sono i temi che hanno monopolizzato la campagna elettorale in vista delle prossime elezioni federali. Meno spazio è stato invece dedicato a due argomenti che ad essi sono strettamente correlati: la formazione e la ricerca. Due settori fondamentali perché determineranno non solo i percorsi di studio e il futuro delle nuove generazioni, ma anche le possibilità di riqualifica per disoccupati e persone private del loro lavoro.

Oggi come oggi la Svizzera è un Paese all’avanguardia in questi ambiti: la formazione professionale ci è invidiata da tutti, quella terziaria è di ottima qualità e la ricerca ottiene riconoscimenti nel mondo intero. Ma in questi campi la concorrenza è agguerrita e non si può dormire sugli allori. La formazione professionale è chiamata a rinnovarsi continuamente perché il mercato del lavoro, sempre più toccato dalla digitalizzazione, è in una fase di profondo cambiamento; le università devono adattare i propri percorsi alle nuove esigenze dell’economia, delle aziende, dell’industria, del commercio…; la ricerca necessita di mezzi adeguati per rimanere competitiva e per continuare a sviluppare nel nostro Paese quelle soluzioni che gli permettono di confrontarsi con il resto del mondo.

In questi contesti, gli investimenti sono di origine sia privata sia pubblica. Il settore privato deve essere invogliato a partecipare allo sviluppo del Paese attraverso incentivi e finanziamenti, mentre il pubblico deve garantire ad esempio che la ricerca degli istituti rimanga autonoma e sia all’altezza delle sfide attuali (pensiamo ad esempio al clima e alla digitalizzazione) e che le scuole universitarie siano accessibili a tutti, indipendentemente dall’estrazione sociale. Per questo motivo, sia a livello federale sia cantonale, lo Stato deve mettere a disposizione ulteriori mezzi a favore delle borse di studio e impedire che le rette subiscano aumenti superiori all’inflazione. 

Per le scuole universitarie è inoltre fondamentale che sia garantita l’associazione ai programmi di formazione e di ricerca dell’Unione europea, Erasmus e Horizon Europa, per il periodo 2021-2027. La competitività si raggiunge unicamente attraverso il confronto con l’estero: questi programmi sono dunque fondamentali per i nostri istituti, ricercatori e studenti. Dato che il principio della libera circolazione delle persone è ritenuto imprescindibile per poter far parte di questi programmi, dobbiamo fare in modo che la stessa non sia messa in discussione: certamente essa produce notevoli distorsioni, soprattutto nel nostro Cantone, ma queste vanno corrette attraverso un rafforzamento delle misure di accompagnamento, a difesa del lavoro e dei lavoratori svizzeri, e non tramite la cancellazione di un accordo che è anche fonte di notevoli benefici.

La formazione professionale superiore deve inoltre permettere alla Svizzera di colmare in maniera autonoma le carenze di manodopera presenti in alcuni settori. Essa deve quindi tenere in considerazione l’evoluzione di questi ambiti e creare percorsi di studio modulari e sostenibili in termini di costi, permettendo anche a persone già attive ed esperte di poter riorientare i propri interessi, e offrendo nuove possibilità di impiego a coloro che dopo i 50 anni rimangono senza lavoro: una realtà sempre più presente anche alle nostre latitudini che pone ai margini della società una fetta sempre più importante di popolazione.

La formazione, di base o superiore, così come la ricerca, sono il perno del nostro sistema produttivo e sono gli elementi su cui fondare il presente e il futuro del nostro Paese. Per questo dobbiamo assolutamente garantire loro il massimo sostegno, per permettere alla Svizzera di rimanere all’avanguardia e di competere a livello internazionale.

Congedo paternità: vittoria, sconfitta o pareggio?

Dieci giorni di congedo paternità da godere nei primi sei mesi di vita del figlio: è questo in estrema sintesi il risultato ottenuto con il lancio dell’iniziativa popolare federale “Per un congedo paternità ragionevole”. Indubbiamente un ottimo risultato, se pensiamo da dove siamo partiti (zero giorni), ma insufficiente se si considera l’obiettivo dell’iniziativa (venti giorni): insomma anche in questo caso si ripresenta il dilemma del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. 

Personalmente non riesco a gioire appieno di quanto raggiunto. Certo è molto, è innegabile, ma sono dispiaciuto che il comitato promotore si sia accontentato del compromesso parlamentare e abbia deciso di ritirare l’iniziativa, rinunciando di conseguenza a chiamare i cittadini alle urne. Meglio un uovo oggi che una gallina domani? Forse sì. Ma se la gallina fosse stata fertile? Coi se e coi ma non si va da nessuna parte, si obietterà. Pienamente d’accordo. Ma talvolta occorre anche rischiare

Il congedo paternità, e quello parentale ancora di più, sono però fondamentali per garantire una vera parità fra uomo e donna, non solo per permettere al padre di svolgere al meglio il proprio ruolo. In questi giorni si dibatte molto della pressione del mondo del lavoro sulle donne che riprendono le proprie attività dopo il congedo maternità: limitare il congedo paternità ai primi sei mesi di vita del bambino significa lasciare tutta la pressione proprio sulle donne. Normalmente i bambini sani iniziano ad ammalarsi dal sesto mese, oppure quando entrano all’asilo nido. Chi se ne dovrà occupare se il padre non avrà modo di farlo? Su chi ricadrà il giudizio della società per non prendersi cura in maniera adeguata del figlio? Sempre e solo, o quantomeno principalmente, sulla madre. Perché non prolungare almeno di altri sei mesi la possibilità di usufruire dei giorni di congedo? Una soluzione di questo tipo avrebbe garantito una maggiore equità di trattamento fra uomo e donna e, in ultima analisi, dato più sicurezze alla donna sul posto di lavoro. E reso questo compromesso un po’ più digeribile.

La mia non è una delusione aprioristica, ma circostanziata e basata anche sull’esperienza personale di padre che ha avuto la fortuna e la possibilità di ridurre la propria percentuale di lavoro per accudire le figlie, nella consapevolezza che ciò nonostante il grosso peso delle responsabilità sia pur sempre stato sopportato dalla madre. Per questo avrei preferito una votazione. Per questo si riparte più motivati di prima per l’ottenimento di un vero e proprio congedo parentale, che garantisca a padri e madri pari diritti e doveri, e ai bambini maggiore serenità.

La cultura dei grandi e dei piccoli

Nelle ultime settimane il Caffè della domenica ha dedicato ampio spazio alla cultura, il che di per se è un fatto assolutamente positivo. È bene che l’opinione pubblica dibatta di questo tema, spesso confinato ai margini.

Nell’ultima edizione si è parlato dello statalismo della Sinistra in questo campo, mettendo in discussione i finanziamenti di Stato e magnificando il ruolo dei privati e delle fondazioni.

Certo il mio è un parere di parte (sono un esponente di Sinistra), ma è anche quello di una persona che si occupa quotidianamente di cultura nell’ambito della propria attività di municipale. Nella nostra realtà di Chiasso, che può vantare riconoscimenti importanti come il Premio Doron, attribuito per attività innovative e di pubblica utilità, ed è apprezzata anche al di fuori dei confini nazionali, il finanziamento pubblico è fondamentale: comune e Cantone garantiscono gran parte delle sovvenzioni di cui m.a.x. museo, Cinema Teatro e biblioteca necessitano. Il sostegno dei privati, certo importante e sicuramente molto apprezzato, è minimo e va strappato con le unghie. Sempre più difficile è infatti il coinvolgimento di mecenati e fondazioni in realtà piccole come quelle del nostro Cantone: sponsor privati e fondazioni sono interessati ai grandi eventi, alle grosse realtà, a chi dà visibilità. Chi cerca di fare cultura con numeri più piccoli deve arrabattarsi, pena l’estinzione. Se si vuole permettere alle piccole realtà di sopravvivere, il sostegno pubblico è imprescindibile. A meno che non si voglia rinunciare ad esse, ma questa non sarebbe una grande difesa della cultura, bensì degli interessi maggiori. 

Ampio spazio quindi alle sinergie fra pubblico e privato, che possono solo avere un impatto positivo sul settore e garantirgli una più ampia autonomia, ma ben venga anche lo statalismo della Sinistra, se questo significa adottare criteri qualitativi per l’erogazione dei sussidi, spingere gli attori culturali a lavorare secondo standard riconosciuti e garantire la pluralità delle voci sostenendo le piccole realtà con un occhio attento alle periferie. E se qualche fondazione ha voglia di investire a Chiasso, noi l’aspettiamo a braccia aperte.

Di congedo paternità e parentale

Nei giorni scorsi si è molto discusso di congedo paternità, con il Consiglio agli Stati che ha approvato un controprogetto di dieci giorni da opporre all’iniziativa popolare che ne chiede venti. Si può vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto: a me piace pensare che sia l’inizio di un cambio di mentalità che porterà i frutti desiderati.

Le reazioni e i commenti alla proposta del Consiglio agli Stati mi fanno però pensare che siamo ben lontani dal cambio di paradigma che la gestione familiare al giorno d’oggi richiederebbe. Da più parti ho sentito dire che il congedo paternità è dovuto perché il padre ha tutto il diritto di essere di sostegno alla madre. Se è vero, come credo, che la lingua ha la sua importanza, qui ritroviamo ancora la visione paternalistica e maschilista della società: noi uomini (dato che abbiamo la maggioranza nel parlamento) ci diamo 10 giorni di congedo per aiutare la mamma in un momento particolarmente delicato. Non è ciò che mi attendo.

L’uomo non deve essere di supporto o sostegno, ma deve condividere la gestione della famiglia, diventare protagonista, essere un interlocutore, assumersi responsabilità, compiti e doveri. Questa è la rivoluzione sociale che vorrei per il nostro Paese: uomini e donne sullo stesso piano, liberi di scegliere come impostare la vita, ma anche con gli strumenti utili a supportare tutte le scelte. Per questo io preferisco il congedo parentale a quello paternità e maternità: perché accomuna anche sul piano linguistico padri e madri in un unico congedo che permetta loro di gestire al meglio la nascita di un figlio. Battiamoci comunque per il congedo paternità quale tappa intermedia, perché è davvero assurdo che la Svizzera su questo tema sia posizionata fra le nazioni più restrittive (e lo sarebbe anche con le quattro settimane). Per favore però smettiamola di usare un linguaggio retrogrado: le donne non hanno bisogno di supporti, ma di partner.

Maturate e maturati: siate protagonisti della vostra vita

Sono emozionato, non lo nascondo. Non capita tutti i giorni di parlare davanti a così tante persone e soprattutto a ragazze e ragazzi della vostra età. Emozione doppia perché fra di voi c’è un ragazzo che ha festeggiato con me l’inizio del nuovo millennio: non ne era certamente cosciente, dato che era ancora nella pancia di sua mamma, ma trascorremmo il Capodanno del 2000 a Firenze.
Non so quanti di voi sappiano cosa abbia significato il passaggio all’anno 2000: magari qualcuno ne ha sentito parlare dai genitori, durante una di quelle discussioni che nascono quando rammentano i tempi che furono: quelle che iniziano con “ai miei tempi”, per intenderci; altri, forse, magari incuriositi, avranno fatto qualche ricerca.
Come tutte le date significative, il passaggio del millennio diede vita ad eccessi quali visioni apocalittiche che pronosticavano la fine del mondo; al di là di questi fenomeni marginali, il vero problema fu di ordine tecnologico e venne definito millennium bug, o baco del millennio: il fatto che diversi software utilizzassero solo due cifre decimali per memorizzare l’anno avrebbe potuto avere conseguenze imprevedibili allo scoccare del nuovo anno 00. Risolto questo, il mondo non si fermò e la vita è continuata, e per praticamente tutti voi ragazzi è addirittura iniziata.
Anche io, che pure sono genitore, vi parlerò brevemente dei miei tempi. Abbiate pazienza. Parlare di liceo mi porta indietro di 30 anni. Un periodo inizialmente doloroso: come alle medie fui vittima di angherie, che forse oggi rientrerebbero nel fenomeno definito bullismo. La bocciatura alla fine del primo anno, che si svolgeva ancora a Morbio, fu provvidenziale: con grande gioia mi separai dai compagni prevaricatori e trovai una nuova classe meravigliosa. In seguito furono 4 anni molto arricchenti, in cui ebbi modo di conoscere docenti, ma prima ancora persone, davvero eccezionali che mi cambiarono profondamente e mi aprirono la mente. Non tutti riuscirono a farmi amare le loro materie, ma molti contribuirono a farmi crescere e a darmi gli strumenti per comprendere il mondo che mi circondava.
Altrettanto determinanti in questo processo di crescita furono i compagni di classe e gli altri studenti del liceo, con cui si dava vita a discussioni profonde, a tratti accese, ad esempio su Italia e Svizzera, su “badini”, “maiaramina” e “svizzerotti”, elementi di una rivalità che trent’anni fa era ancora molto sentita. Oggi invece il cittadino di origine italiana è per lo più considerato integrato e non fa praticamente più notizia, mentre gli stranieri sono altri, provengono per lo più da oltre mare: i “problemi” però sono simili, i temi anche, e complice anche una situazione economica più difficile, la nostra società si impegna maggiormente a cercare capri espiatori cui imputare tutte le colpe di questo mondo, piuttosto che sforzarsi di comprendere i motivi per cui siamo giunti qui.
Insomma, oggi come allora, si entra al liceo poco più che bambini e adolescenti, e si esce da persone maggiorenni, più consapevoli e con responsabilità completamente diverse. Ed è a queste responsabilità che dovete prestare attenzione.
Lo sapete meglio di me come in generale vi dipingono gli adulti: perdonatemi se semplifico ed esagero al massimo, ma voi per gli adulti siete tendenzialmente nullafacenti, privi di ideali e di interessi, svogliati, smartphone dipendenti, menefreghisti, individualisti e chi più ne ha più ne metta. Come invece voi giovani definiate noi adulti dovreste dirmelo voi, ma non credo che sia il luogo adatto.
Contrariamente all’immagine stereotipata che ho appena tratteggiato, negli ultimi mesi avete invece dimostrato che siete attenti, passionali, impegnati, sognatori, determinati: in poche parole siete pronti ad assumervi le vostre responsabilità. Siete stati capaci di metterci di fronte alle nostre mancanze, evidenziando come il “problema”, se così si può definire, non siete voi, ma noi: noi adulti che non abbiamo fatto nulla, o troppo poco, per evitare a voi un presente come questo.
Un presente fatto di inquinamento, problemi ambientali, insicurezza nell’ambito del lavoro, diseguaglianza sociale sempre più marcata, solo per citare alcuni aspetti.
Ma il vostro attivismo degli ultimi mesi è il segnale più bello che avreste potuto lanciare: avete fatto capire che voi ci siete e siete pronti a fare la vostra parte. E avete messo noi adulti davanti a sconcertanti verità. Ora si deve cambiare, e dobbiamo farlo insieme, trovando il modo di dialogare e collaborare.
Cosa dovremmo fare noi adulti, siete voi a doverlo dire.
Per quanto riguarda voi, dal mio punto di vista dovete partecipare maggiormente alla vita politica del vostro paese: sì perché, parafrasando la teoria dell’effetto farfalla, ogni singola azione può avere conseguenze imponderabili anche su larga scala.
Alcuni studi statistici dimostrano che il tasso di partecipazione alle elezioni, dopo un entusiasmo iniziale per 18enni e 19enni, scende abbastanza chiaramente nella fascia successiva tra i 20 e i 25 anni, per poi risalire costantemente. Secondo uno studio dell’Ufficio cantonale di statistica, nelle recenti elezioni cantonali la classe di età con la percentuale di votanti maggiore è stata quella fra i 70 e i 79 anni.
Per quanto riguarda la presenza attiva di giovani nei legislativi ed esecutivi comunali e cantonali, non ho trovato dati significativi, ma basta dare un’occhiata ai principali consessi del nostro Cantone per capire che sono/siete ampiamente sottorappresentati.
Non sono uno specialista e non improvviserò letture pseduo-scientifiche di questo fenomeno. Vi dico però che in questo campo dovete dare di più: se volete costringere il mondo adulto a cambiare, dovete sporcarvi un po’ le mani: battervi cioè con tutte le forze per i vostri ideali, ma imparare a discutere anche di fognature, rotonde, costruzioni, lavoro ecc.: in ogni singola decisione di qualsiasi comune, sia esso grande o piccolo, ci sono elementi che possono provocare un cambiamento. E se non sarete voi a provocarlo, ne subirete semplicemente le conseguenze. Senza se e senza ma. Siate quindi protagonisti della vostra vita e continuate a stupirci.

Per il Mendrisiotto e la Sinistra unita

One”, cioè uno o una. Da questa cifra normalmente ha inizio la numerazione, ossia, per estensione, si determina tutto ciò che è misurabile. L’ho scelta perché è una straordinaria canzone d’amore, che, spero non me ne vogliano gli U2, esprime alla perfezione la sinistra, i suoi travagli, il suo modo di essere. Dice infatti: «Noi stiamo insieme, ma non siamo uguali». E ancora: “Noi siamo uno, ma non siamo gli stessi” oppure «Ci feriamo l’un l’altro, poi lo facciamo di nuovo».

Non voglio annoiarvi con la mia biografia: chi è curioso troverà nel web le risposte alla maggior parte delle sue domande, vale a dire se sono sposato (sì, lo sono), se ho figli (sì, ho due figlie), se lavoro (sì, sono direttore della Biblioteca universitaria Lugano e membro del comitato di Bibliosuisse, l’associazione nazionale dei bibliotecari), se ho qualche hobby, se faccio volontariato, se, se, se…

Mi propongo a voi e agli elettori perché il Mendrisiotto ha bisogno della Sinistra: alle recenti elezioni cantonali, nonostante la presenza e gli ottimi risultati personali di Ivo e Anna, il nostro partito ha patito in termini percentuali. Vi sono numerosi candidati momò per il Nazionale, quattro solo di Chiasso, tra cui l’amica Jessica Bottinelli per I Verdi: segno che a livello federale si discutono temi importanti per la nostra regione. E noi socialisti non possiamo permetterci di lasciare campo libero alle politiche e idee altrui.

Ciò non vuol assolutamente dire che il sottoscritto ritenga il Mendrisiotto l’ombelico del mondo: dopo aver studiato a Friburgo, ho lavorato a Winterthur, per 14 anni a Bellinzona e da 6 sono a Lugano; ho girato il Cantone quale allenatore di calcio e annualmente organizzo una colonia in Leventina. Penso quindi di essere un buon conoscitore del Ticino e dei suoi problemi. E, grazie ai differenti progetti nazionali cui partecipo per l’USI, mi ritengo anche un buon conoscitore della Svizzera e delle sue dinamiche.

Mi metto a disposizione portando l’esperienza unitaria di Chiasso, dove tutta la sinistra e I Verdi collaborano e lavorano assieme. Credo fortemente che la sinistra debba essere unita: dal mio punto di vista non esiste un “più di” o “più a” sinistra, che già di per sé, con il “più”, introduce un rapporto di forza contrario a uno degli ideali della sinistra: l’uguaglianza. E se si è uguali, non si può esse più o meno.
Ci sono ideali in cui si riconoscono tutte le donne e tutti gli uomini di sinistra: l’uguaglianza, appunto, la libertà, la solidarietà, la giustizia sociale, la parità di genere, giusto per indicarne alcuni. E poi ci sono le sensibilità individuali, queste sì differenti, che magari ci fanno fare scelte di campo diverse. Ed è qui che ci spacchiamo, che regaliamo la vittoria ai nostri avversari politici: ogni differenza di vedute è vissuta come un dramma. Personalmente sono invece convinto che tutto ciò sia molto arricchente. Dobbiamo imparare ad accettare che anche dalla nostra parte, a sinistra, ci possano essere visioni puntuali discordanti, evitando che si sfoci in processi alle streghe o agli stregoni. D’altronde la tolleranza è un altro dei nostri valori, o almeno idealmente dovrebbe esserlo.

I temi che mi stanno a cuore? Molti, ed è impossibile snocciolarli tutti in questi pochi minuti. Mi concentro quindi solo su alcuni: proveniendo dal Mendrisiotto, direi la sicurezza, un tema che abbiamo lasciato alla destra ma di cui dobbiamo riappropriarci, abbinandolo alla componente sociale; poi il lavoro, con tutte le derive del precariato e del dumping salariale e il ruolo delle ex Regie federali; l’ambiente (e non potrebbe essere altrimenti), con problemi quali il traffico, l’inquinamento, la realizzazione della terza corsia fra Lugano e Mendrisio (da bloccare in tutti i modi), la continuazione di Alptransit a sud di Lugano in tempi rapidi; la conciliabilità lavoro-famiglia; il congedo parentale; e per finire, l’educazione a tutti i livelli, la formazione professionale, la ricerca scientifica e la cultura: temi fondamentali per il futuro dei nostri giovani e del nostro Paese, per i quali a livello federale vengono poste le fondamenta, all’immagine ad esempio del prossimo messaggio sulla cultura ora in consultazione.

In conclusione, voglio ringraziare di cuore la mia famiglia (oggi purtroppo assente per altri impegni), e in particolare mia moglie, per la sua vicinanza, e le compagne e i compagni del Mendrisiotto che in queste settimane mi hanno fatto sentire il loro sostegno. A tutte e tutti voi garantisco il massimo impegno per il nostro partito e i nostri ideali.

Non si fa mai abbastanza

Pronto soccorso: arriva un’ambulanza con a bordo una persona, che non è moribonda, ma necessita di cure. Gli operatori la respingono, sostenendo che oggi hanno curato un numero sufficiente di pazienti e non hanno più posto per ospitarla. La notizia si diffonde e la protesta monta, sulla rete ma non solo. “È uno scandalo!”, “Vogliamo la testa del direttore sanitario del Pronto soccorso!”

Non è una notizia questa, fortunatamente. Quando sono chiamati all’opera i soccorritori non si pongono domande sulle condizioni sociali della persona in difficoltà, né sulla sua nazionalità o provenienza. Come prima cosa prestano le cure necessarie e poi si preoccupano di trovarle un posto.

Ho utilizzato questa immagine come metafora per esprimere la posizione che una persona dovrebbe avere nei confronti delle persone in difficoltà. Non posso sopportare che una persona sia lasciata morire semplicemente perché poi non si sa dove metterla o a chi attribuirla. Non è tollerabile. Ora leggo che a Chiasso si raccolgono firme contro l’ampiamento provvisorio del Centro di registrazione. Già il Municipio a maggioranza ha espresso le sue riserve, alcune anche corrette, soprattutto per la qualità del progetto presentato e delle soluzioni prospettate. Ma non si venga a dire che Chiasso ha fatto abbastanza, che il Cantone e la Svizzera non possono fare di più. “Das Boot ist voll” (“La barca è piena”) si disse durante la seconda guerra mondiale per giustificare scelte che tutti oggi ritengono indifendibili. Passati i giorni della memoria, in cui si sono ricordati i genocidi più efferati, si presenta una petizione sostenendo che “Chiasso ha già fatto abbastanza”. Chiasso, la mia Chiasso, la Chiasso multiculturale, la Chiasso fiera cittadina di frontiera che ha accolto e accoglie persone da tutto il mondo, non è stufa di ospitare persone in cerca di altro per la loro vita e quella dei loro figli. Ciò significa accettare tutto e tutti? Sappiamo benissimo cosa permette la legge svizzera: nel suo pieno rispetto, al netto di un progetto discutibile, non seminiamo vento, non aizziamo gli animi per nulla. La mia Chiasso non ha paura dei suoi ospiti, la mia Chiasso è una cittadina accogliente che si nutre delle sue mille anime. Chiasso, la mia Chiasso, è unica proprio per questo.

(Pubblicato su La Regione del 05.02.2019)

I venti dell’odio

“Non bisogna uscire da Auschwitz rattristati, ma inquieti rispetto a noi e al mondo contemporaneo”. Con queste parole Piotr Cywinski, Direttore del museo di Auschwitz-Birkenau, ha chiuso il suo intervento in occasione della presentazione degli Atti del Progetto Lugano città aperta.

Ciò che Cywinski ha più volte sottolineato è il legame che corre fra quanto successo allora e quanto accade oggi. Non un discorso retorico, ma un interrogativo che si pone all’uomo e alle sue coscienze. L’Olocausto fu reso possibile da persone che agivano nei campi di concentramento come se nulla fosse, considerando le loro attività alla stregua di un lavoro “normale”. Ciò che deve interessare maggiormente non sono quindi paradossalmente le vittime, per le quali tutti i visitatori del museo provano compassione, ma i silenzi delle persone che contribuirono a quella pagina di storia.

Per esprimere meglio questo concetto, Cywinski ha ripreso una domanda postagli da un visitatore al termine della visita nel suo museo. Dopo aver allargato il discorso al genocidio dei Rohingya, il visitatore chiese: “Ma perché negli anni ’40 nessuno si oppose allo sterminio degli Ebrei?” Di fronte all’abominio commesso ai giorni nostri in Myanmar, la questione fu rivolta al passato e non al presente. Nessun interrogativo sulla mancata reazione della comunità internazionale a quel genocidio. Ma cosa facciamo noi oggi, adesso, per evitare che queste efferatezze si ripetano?

Cywinski non ha dato risposte, ma ha parlato alle coscienze dei presenti, fra cui diversi allievi delle scuole medie di Chiasso, che recentemente hanno vinto il premio della Fondazione Spitzer.

Personalmente sono uscito dall’incontro molto provato e con molte domande. È fin troppo semplice, ma non semplicistico, fare dei paralleli con la realtà odierna, in cui venti di odio e paure sono utilizzati per giustificare decisioni e politiche assurde e disumane, alimentando una vera e propria guerra fra poveri, secondo la logica del “tu sei sfortunato, l’altro lo è di più e non può essere accolto”.

Dobbiamo tutti aprire gli occhi e ribellarci all’accettazione di quest’idea: non perché dobbiamo essere buoni o addirittura buonisti, come vengono definiti coloro che nutrono una profonda sensibilità verso questo tema, ma perché siamo uomini che si confrontano con altri uomini, e la nostra sofferenza è diversa dalla loro solo per le contingenze, ma nella sostanza ci accomuna: perché ciò che cercano loro, lo cerchiamo giustamente anche noi; perché da questa guerra assurda usciamo tutti perdenti: loro vittime di decisioni assurde, noi vittime ma anche artefici di queste decisioni.

L’aggregazione del basso Mendrisiotto

Tagli, misure di risparmio, ottimizzazione delle risorse, riduzione o cancellazione degli investimenti, limitata intraprendenza da parte degli esecutivi: chi più chi meno, i comuni del basso Mendrisiotto sono confrontati con i medesimi problemi e ognuno cerca di barcamenarsi come meglio riesce, salvo qualche rara lodevole eccezione, che deve le proprie fortune a fattori essenzialmente esogeni. Ciò che li accomuna, tutti, è lo scarso peso specifico a livello istituzionale e politico. Basti vedere l’esito delle proteste sulle chiusure degli uffici postali nei singoli comuni, sulla continuazione di Alptransit a sud di Lugano, sull’insediamento del museo del territorio a Balerna, o ancora sul ruolo della stazione di Chiasso e sullo scadimento dei collegamenti ferroviari tra la regione e il resto della Svizzera o l’Italia, giusto per citarne alcuni.

Quando la situazione si fa difficile, si ricorre a convenzioni, consorzi o enti, che anche quando vanno in porto non risolvono tutti i mali, costano al cittadino perché creano ulteriori organi di governo remunerati e sottraggono il controllo ultimo ai legislativi. Quando non si trova un accordo, i singoli comuni si trovano da soli ad affrontare le difficoltà perché i vicini non ritengono di dover contribuire alla soluzione del problema, come è successo recentemente con il rifiuto di qualche comune di rinnovare le convenzioni con Chiasso per la piscina coperta perché la si ritiene poco frequentata dai propri cittadini.

È proprio questo egocentrismo, questa incapacità o mancanza di volontà di guardare oltre i propri confini comunali, questa miopia politica che sta rovinando il nostro territorio, che avrebbe tutte le potenzialità per rilanciare la propria immagine se solo decidesse di unirsi e investire nei settori che lo valorizzano: le bellezze naturali (in primis la Valle di Muggio), la cultura, l’enogastronomia, il tempo libero. Un comune solo, che pianifichi il territorio e le infrastrutture per il bene della popolazione, e non per meri calcoli politici o finanziari; che affronti con forza le difficoltà; che sia un interlocutore risoluto e di peso con i decisori; che sappia imporre la propria visione; che, al di là del pensiero delle forze politiche comunali, rispecchi la realtà odierna, che risulta essere già oggi a tutti gli effetti quella di un comune unico. Si obietterà che in passato Chiasso è stata arrogante e non ha curato i rapporti di buon vicinato, procedendo in maniera autonoma su più fronti: potrebbe essere un’osservazione corretta, ma sta di fatto che Chiasso si è dotata di strutture di cui ha beneficiato tutta la regione e da cui quest’ultima non può prescindere. E in ogni caso, è più utile trascorrere il presente preparando il futuro, piuttosto che recriminando sul passato. Per questo l’aggregazione dei comuni del basso Mendrisiotto quale prima tappa di un discorso più ampio deve diventare l’obiettivo comune non di domani, ma di oggi.