Archivi autore: Davide Dosi

Non si fa mai abbastanza

Pronto soccorso: arriva un’ambulanza con a bordo una persona, che non è moribonda, ma necessita di cure. Gli operatori la respingono, sostenendo che oggi hanno curato un numero sufficiente di pazienti e non hanno più posto per ospitarla. La notizia si diffonde e la protesta monta, sulla rete ma non solo. “È uno scandalo!”, “Vogliamo la testa del direttore sanitario del Pronto soccorso!”

Non è una notizia questa, fortunatamente. Quando sono chiamati all’opera i soccorritori non si pongono domande sulle condizioni sociali della persona in difficoltà, né sulla sua nazionalità o provenienza. Come prima cosa prestano le cure necessarie e poi si preoccupano di trovarle un posto.

Ho utilizzato questa immagine come metafora per esprimere la posizione che una persona dovrebbe avere nei confronti delle persone in difficoltà. Non posso sopportare che una persona sia lasciata morire semplicemente perché poi non si sa dove metterla o a chi attribuirla. Non è tollerabile. Ora leggo che a Chiasso si raccolgono firme contro l’ampiamento provvisorio del Centro di registrazione. Già il Municipio a maggioranza ha espresso le sue riserve, alcune anche corrette, soprattutto per la qualità del progetto presentato e delle soluzioni prospettate. Ma non si venga a dire che Chiasso ha fatto abbastanza, che il Cantone e la Svizzera non possono fare di più. “Das Boot ist voll” (“La barca è piena”) si disse durante la seconda guerra mondiale per giustificare scelte che tutti oggi ritengono indifendibili. Passati i giorni della memoria, in cui si sono ricordati i genocidi più efferati, si presenta una petizione sostenendo che “Chiasso ha già fatto abbastanza”. Chiasso, la mia Chiasso, la Chiasso multiculturale, la Chiasso fiera cittadina di frontiera che ha accolto e accoglie persone da tutto il mondo, non è stufa di ospitare persone in cerca di altro per la loro vita e quella dei loro figli. Ciò significa accettare tutto e tutti? Sappiamo benissimo cosa permette la legge svizzera: nel suo pieno rispetto, al netto di un progetto discutibile, non seminiamo vento, non aizziamo gli animi per nulla. La mia Chiasso non ha paura dei suoi ospiti, la mia Chiasso è una cittadina accogliente che si nutre delle sue mille anime. Chiasso, la mia Chiasso, è unica proprio per questo.

(Pubblicato su La Regione del 05.02.2019)

I venti dell’odio

“Non bisogna uscire da Auschwitz rattristati, ma inquieti rispetto a noi e al mondo contemporaneo”. Con queste parole Piotr Cywinski, Direttore del museo di Auschwitz-Birkenau, ha chiuso il suo intervento in occasione della presentazione degli Atti del Progetto Lugano città aperta.

Ciò che Cywinski ha più volte sottolineato è il legame che corre fra quanto successo allora e quanto accade oggi. Non un discorso retorico, ma un interrogativo che si pone all’uomo e alle sue coscienze. L’Olocausto fu reso possibile da persone che agivano nei campi di concentramento come se nulla fosse, considerando le loro attività alla stregua di un lavoro “normale”. Ciò che deve interessare maggiormente non sono quindi paradossalmente le vittime, per le quali tutti i visitatori del museo provano compassione, ma i silenzi delle persone che contribuirono a quella pagina di storia.

Per esprimere meglio questo concetto, Cywinski ha ripreso una domanda postagli da un visitatore al termine della visita nel suo museo. Dopo aver allargato il discorso al genocidio dei Rohingya, il visitatore chiese: “Ma perché negli anni ’40 nessuno si oppose allo sterminio degli Ebrei?” Di fronte all’abominio commesso ai giorni nostri in Myanmar, la questione fu rivolta al passato e non al presente. Nessun interrogativo sulla mancata reazione della comunità internazionale a quel genocidio. Ma cosa facciamo noi oggi, adesso, per evitare che queste efferatezze si ripetano?

Cywinski non ha dato risposte, ma ha parlato alle coscienze dei presenti, fra cui diversi allievi delle scuole medie di Chiasso, che recentemente hanno vinto il premio della Fondazione Spitzer.

Personalmente sono uscito dall’incontro molto provato e con molte domande. È fin troppo semplice, ma non semplicistico, fare dei paralleli con la realtà odierna, in cui venti di odio e paure sono utilizzati per giustificare decisioni e politiche assurde e disumane, alimentando una vera e propria guerra fra poveri, secondo la logica del “tu sei sfortunato, l’altro lo è di più e non può essere accolto”.

Dobbiamo tutti aprire gli occhi e ribellarci all’accettazione di quest’idea: non perché dobbiamo essere buoni o addirittura buonisti, come vengono definiti coloro che nutrono una profonda sensibilità verso questo tema, ma perché siamo uomini che si confrontano con altri uomini, e la nostra sofferenza è diversa dalla loro solo per le contingenze, ma nella sostanza ci accomuna: perché ciò che cercano loro, lo cerchiamo giustamente anche noi; perché da questa guerra assurda usciamo tutti perdenti: loro vittime di decisioni assurde, noi vittime ma anche artefici di queste decisioni.

L’aggregazione del basso Mendrisiotto

Tagli, misure di risparmio, ottimizzazione delle risorse, riduzione o cancellazione degli investimenti, limitata intraprendenza da parte degli esecutivi: chi più chi meno, i comuni del basso Mendrisiotto sono confrontati con i medesimi problemi e ognuno cerca di barcamenarsi come meglio riesce, salvo qualche rara lodevole eccezione, che deve le proprie fortune a fattori essenzialmente esogeni. Ciò che li accomuna, tutti, è lo scarso peso specifico a livello istituzionale e politico. Basti vedere l’esito delle proteste sulle chiusure degli uffici postali nei singoli comuni, sulla continuazione di Alptransit a sud di Lugano, sull’insediamento del museo del territorio a Balerna, o ancora sul ruolo della stazione di Chiasso e sullo scadimento dei collegamenti ferroviari tra la regione e il resto della Svizzera o l’Italia, giusto per citarne alcuni.

Quando la situazione si fa difficile, si ricorre a convenzioni, consorzi o enti, che anche quando vanno in porto non risolvono tutti i mali, costano al cittadino perché creano ulteriori organi di governo remunerati e sottraggono il controllo ultimo ai legislativi. Quando non si trova un accordo, i singoli comuni si trovano da soli ad affrontare le difficoltà perché i vicini non ritengono di dover contribuire alla soluzione del problema, come è successo recentemente con il rifiuto di qualche comune di rinnovare le convenzioni con Chiasso per la piscina coperta perché la si ritiene poco frequentata dai propri cittadini.

È proprio questo egocentrismo, questa incapacità o mancanza di volontà di guardare oltre i propri confini comunali, questa miopia politica che sta rovinando il nostro territorio, che avrebbe tutte le potenzialità per rilanciare la propria immagine se solo decidesse di unirsi e investire nei settori che lo valorizzano: le bellezze naturali (in primis la Valle di Muggio), la cultura, l’enogastronomia, il tempo libero. Un comune solo, che pianifichi il territorio e le infrastrutture per il bene della popolazione, e non per meri calcoli politici o finanziari; che affronti con forza le difficoltà; che sia un interlocutore risoluto e di peso con i decisori; che sappia imporre la propria visione; che, al di là del pensiero delle forze politiche comunali, rispecchi la realtà odierna, che risulta essere già oggi a tutti gli effetti quella di un comune unico. Si obietterà che in passato Chiasso è stata arrogante e non ha curato i rapporti di buon vicinato, procedendo in maniera autonoma su più fronti: potrebbe essere un’osservazione corretta, ma sta di fatto che Chiasso si è dotata di strutture di cui ha beneficiato tutta la regione e da cui quest’ultima non può prescindere. E in ogni caso, è più utile trascorrere il presente preparando il futuro, piuttosto che recriminando sul passato. Per questo l’aggregazione dei comuni del basso Mendrisiotto quale prima tappa di un discorso più ampio deve diventare l’obiettivo comune non di domani, ma di oggi.

Il PS è anche la mia casa

A distanza di quattro mesi dal mio articolo sul fondamentalismo di sinistra, titolo ovviamente forte e provocatorio, incontro ancora persone che esprimono risentimento per quello scritto. Ora, con le votazioni sulla riforma fiscale alle spalle, mi sembra giusto tornare sull’argomento.

Mi considero un costruttore di ponti: ho ideali ben precisi, mi riconosco appieno nella Sinistra, ho scelto di impegnarmi in politica non per discutere all’infinito di massimi sistemi, ma per cercare di portare un aiuto concreto alla comunità.  Rispetto però profondamente chi vive la politica in maniera diversa: non ho studiato il marxismo, il leninismo e tutte le varie declinazioni del pensiero “socialista” (semplifico eh), ma trovo assolutamente legittimo che ognuno abbia la propria bussola per tracciare la strada del proprio impegno politico. Non giudico, accetto la diversità di pensiero e di atteggiamento.

Soffro invece, anzi mi arrabbio proprio, se qualcuno giudica il mio modo di agire poco socialista: è questo il concetto espresso con il termine di fondamentalismo.  Ancora nel post voto leggo sui social veri e propri attacchi verso chi ha sostenuto una determinata linea politica, appelli all’epurazione, elenchi di sostenitori alla riforma trasformati in liste di proscrizione, richieste di pulizia interna che nemmeno il PCUS. Come vogliamo definirlo tutto questo? E cosa si vuole ottenere?

Come già scritto, sono un costruttore di ponti: sono convinto che la Sinistra debba lottare per migliorare le condizioni di vita della popolazione, di tutta la popolazione. Poveri ed emarginati devono sicuramente essere al centro dei nostri interessi, ma non possiamo dimenticarci di chi lotta comunque per arrivare alla fine del mese (e povero non è), e nemmeno di chi queste difficoltà non le ha. Io preferisco apportare un miglioramento concreto anche solo a una categoria che non avere nulla. Ma questo è il mio modo di vedere le cose e non pretendo certo di possedere la Verità. Altri invece pensano evidentemente di essere stati illuminati e perseguono i propri obiettivi delegittimando e discreditando, non costruendo. Per mio conto possono agire come meglio credono, ma non trovo corretto che dicano a me come devo pensare e muovermi. E io non ho alcuna voglia di fare a gara di virtuosità con loro.

Il PS è la casa in cui noi tutti ci riconosciamo e all’interno della quale dobbiamo imparare a discutere liberamente: la diversità di pensiero non dovrebbe essere vissuta come un dramma ed essere fonte di lacerazioni infinite. Altri partiti e movimenti convivono con queste differenze interne senza particolari problemi, anzi traendone ulteriore forza.

Un partito di minoranza come il nostro deve battersi per trovare alleanze al fine di apportare qualche miglioramento concreto alla vita dei cittadini di questo Paese. Personalmente non ritengo che la Sinistra abbia bisogno di certe forme di populismo che si stanno sviluppando al suo interno e che rischiano di disgregarla. Ma, esprimere questi concetti non significa fare la morale ad alcuno: ognuno può vivere la politica come meglio crede. Chiedo solo il rispetto di pensarla in maniera differente e di poter esprimere liberamente le mie opinioni: in un partito che si vuole paladino della tolleranza, credo francamente che sia il minimo sindacale.

 

Saluto Chiasso Letteraria 2018

Cari amici di Chiasso Letteraria,
l’altro giorno stavo bevendo un caffè e di fianco a me due persone stavano discutendo delle vicissitudini del nostro FC Chiasso: sebbene io provassi a leggere il giornale, il loro tono di voce mi costringeva ad ascoltarli, tanto più quando a domanda dell’uno se un tifoso del Chiasso possa tifare anche l’FC Lugano adesso che sulla panchina luganese c’è Abascal (che per i più disattenti è stato amatissimo allenatore del Chiasso fino a poche settimane fa), l’altro ha risposto che NO, non può: è vietato, proibito, tabù. Il rischio è di essere accusati di apostasia e di essere banditi dal Riva IV. Continua a leggere